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Il silenzio è d’oro? Dipende. Di solito è risolutivo, specie quando dobbiamo gestire conversazioni difficili. Spesso, però, è vero anche il contrario. Le parole non dette diventano proprio quelle che avremmo dovuto pronunciare: per partire, ripartire o riannodare un filo spezzato. Il problema è che ci si rende conto di ciò troppo tardi, quando è impossibile recuperare (per varie ragioni).

Ecco perché, in base al contesto, arriva il rammarico, il rimpianto, o il senso di colpa. Sentimenti legati alla consapevolezza di essere rimasti in silenzio nel momento in cui sarebbe stato necessario parlare, così da preservare la buona riuscita di una conversazione, di una relazione, di un progetto importante.

Come possiamo distinguere le circostanze in cui è più utile tacere o far sentire la propria voce?
C’è un modo per rispettare la propria introversione senza perdere pezzi di vita? Proviamo a rispondere.

Parole non dette: probabili cause

Uno dei motivi per cui esprimiamo con difficoltà ciò che abbiamo dentro è la paura di sbagliare. Cosa? Tutto. Vocaboli, tempi, toni, scenari. Viviamo in perenne attesa dell’istante giusto e delle parole giuste.

Un’altra causa ricorrente è il timore di esprimere un’opinione, in generale. In un’epoca in cui chiunque ha un parere su ogni cosa, c’è chi preferisce rimanere in silenzio. Approvo la scelta, ma penso ci sia una via di mezzo tra “fare rumore” e “rimanere sullo sfondo”: difendere le nostre idee, con ferma gentilezza.

Ulteriore limite comunicativo, che spinge a tacere, è il terrore di essere giudicati o fraintesi. Si hanno, cioè, delle riserve nel manifestare un pensiero che potrebbe essere interpretato in modo diverso rispetto alle reali intenzioni o, peggio ancora, criticato a causa di pregiudizi o stereotipi.

Le parole non dette sono anche quelle che nascondiamo per paura della connessione emotiva. Ci sono persone più comunicative di altre, ma anche soggetti più timidi e sensibili. L’obiettivo di questi ultimi è proteggere il proprio mondo interiore, a ogni costo. Tuttavia, se parlare troppo è deleterio, lo è anche chiudersi a riccio. Prolungati silenzi creano strappi difficili da ricucire, specie in caso di conflitto.

Parole non dette: possibili conseguenze

Se non riuscissimo a trovare le parole che stiamo cercando? Se il fatidico “momento giusto” non arrivasse mai? E se, invece, avessimo già chiaro in mente cosa dire e bastasse solo il coraggio di comunicare, creando noi stessi l’occasione? “Mentre rimandiamo, la vita passa”, diceva Seneca.

Ciascuno di noi ha domande da fare, scuse da porgere, nodi da sciogliere, malintesi da chiarire. Ci sono situazioni in cui il silenzio non aiuta e aspettare che siano sempre gli altri a muoversi è molto rischioso.

Un legame può spezzarsi sotto i nostri occhi, mentre tergiversiamo, e può anche accadere che, improvvisamente, non si abbia davvero più il tempo di parlare.

Pensiamo, per esempio, a una persona cara che ci abbandona, suo malgrado.

“Cara nonna […] tacere significa perdersi e so che ho perso molte cose di te.” (cit.)

Per quanto riguarda la libertà espressiva, ritengo che tacere durante una conversazione possa essere strategico quando vogliamo analizzarne l’andamento (supponiamo durante un meeting o una cena di lavoro). Al tempo stesso, però, è importante valorizzare le proprie ragioni e avanzare richieste quando necessario. Lasciar parlare (e decidere) sempre gli altri non è giusto, né costruttivo.

Mai farsi condizionare dalle critiche altrui, oggettive o immaginate. L’altro è un nemico nella misura in cui lo riteniamo tale, nella misura in cui gli permettiamo di manipolarci o influenzare le nostre scelte.

La mancanza di fiducia è comprensibile, ma l’eccessiva introversione ci allontana da chi potrebbe arricchire la nostra vita (e non distruggerla, come spesso temiamo). Oltre a renderci trasparenti, invisibili, nonostante la ricchezza di pensieri che aspettano solo di essere condivisi.

Conclusioni

Obiettivo di questo articolo è ribadire l’importanza della comunicazione in ogni sua forma. A volte serve il silenzio, a volte sono necessarie le parole. In alcuni casi è più facile scrivere, in altri basta un abbraccio. Ognuno di noi ha il compito di individuare la modalità più congeniale all’indole e alle circostanze.

L’unico errore che dobbiamo evitare è la passività. Esempi: credere che gli altri capiscano da soli ciò che vogliamo, pensare che il nostro contributo sia insignificante perché a qualcuno possa interessare, convincersi che ci sarà sempre tempo discutere con le persone che amiamo.

Devi dire “grazie” o “scusa” a qualcuno? Vuoi proporre un progetto in cui credi? Il giorno giusto è oggi.


“Le parole che non ti ho detto” è il titolo di un film con Kevin Costner (tratto da un romanzo di N. Sparks) ed è anche il titolo di uno dei miei #ItinerariNarrativi più longevi. Se il tema ti interessa, segui i prossimi aggiornamenti sulla mia pagina Facebook @CreativaSolidale.