Definire la bellezza, oltre le etichette

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Definire la bellezza con un’unica frase è riduttivo, diciamo pure impossibile. Chiunque si trovi, per un qualsiasi motivo, a rispondere alla domanda “cos’è per te la bellezza?”, darà un’interpretazione personale e, come tale, valida. Ogni dizionario offre la sua descrizione del termine (“qualità di ciò che è bello”, “armonia e perfezione formale”, “qualità di ciò che è bello o che tale appare ai sensi e allo spirito”, ecc.), senza dimenticare che la parola “bellezza” assume significati diversi in base al contesto.

Ci si può riferire alla bellezza di una persona, di una cosa, di un paesaggio. Si può parlare della bellezza di un gesto, o utilizzare un’espressione particolare come “che bellezza!”, con cui desideriamo condividere sentimenti di gioia, soddisfazione o meraviglia. Esiste, inoltre, la distinzione tra i seguenti concetti: bellezza oggettiva e bellezza soggettiva. Vorrei partire proprio da qui, per una mia breve riflessione sull’argomento.

Considerazioni sulla bellezza

Personalmente, ritengo bello ciò che mi emoziona, che mi trasmette benessere, sensazioni positive, pace interiore, libertà. Mi rendo conto che una definizione simile è un giudizio personale, che si allontana dai cosiddetti “canoni”. I canoni non sono altro che regole: se facciamo riferimento all’arte, rappresentano l’insieme di norme necessarie al raggiungimento dell’equilibrio compositivo (e, quindi, proporzioni armoniose), se ci riferiamo alla bellezza dell’essere umano, invece, il canone è “l’ideale estetico riguardante il corpo che viene riconosciuto dalla società, strettamente legato all’epoca e alla situazione culturale, economica e sociale di un popolo.”

Questa considerazione mi spinge a dire che se esistono delle regole esse cambiano nel tempo. L’idea di bellezza, cioè, per quanto possa essere pensata in modo oggettivo, subisce comunque delle modifiche in base alle influenze storiche. Ciò che si riteneva bello ieri non è ciò che si ritiene bello oggi, e viceversa. Perché, quindi, ostinarsi a voler definire la bellezza? Perché sentiamo la necessità di attribuire etichette?

Alto. basso, magro, grasso, bianco, nero, esile, muscoloso, liscio, ruvido, dritto, storto, luminoso, opaco… Sono tanti gli aggettivi con cui tentiamo di “confezionare” ciò che vediamo. La voglia di creare cornici, ingabbiare, però, ci rende schiavi di aspettative ideali che solo in pochi casi trovano corrispondenza nella realtà. Mi rattrista constatare, tra l’altro, che oggi si parli di bellezza solo per descrivere l’aspetto esteriore di una persona, come se tale termine riguardasse esclusivamente la facciata. E tutto il resto?

Definire la bellezza oggi

Il troppo stroppia, come si dice. Anche quando le intenzioni sono lodevoli, a volte si rischia di sbagliare e produrre l’effetto contrario. Mi spiego meglio: l’istinto che porta ad associare le parole “bellezza” e “fisicità” dipende soprattutto dalla grande attenzione che oggi viene data alla cura del corpo.

L’invito a valorizzarsi è sacrosanto, ma è importante evitare messaggi contraddittori, lanciati per pura convenzione o per finalità strettamente commerciali. Sfogliando una rivista, seguendo una trasmissione televisiva o un talk radiofonico, navigando in Rete, possiamo notare oggi messaggi opposti, tipo:

  • “sii felice e apprezzati come sei” VS “combatti subito i segni del tempo”;
  • “la bellezza non ha taglia” VS “sei pronto/a per la prova costume?”.

Da un lato si cerca di sostenere qualunque campagna sociale sull’accettazione di sé e sul fascino della diversità, dall’altro si continua a favorire la supremazia dell’immagine priva di imperfezioni.

Cos’è la bellezza, quindi? Apparenza o sostanza? Contenuto o contenitore? La risposta ideale sarebbe “entrambe le cose”. Come ho scritto prima, però, gli ideali sono fuorvianti e non permettono lo sviluppo di relazioni costruttive, né con noi stessi né con gli altri.

Finché non verrà superato il binomio “bellezza/immagine”, credo che il tentativo di convincere chiunque a volersi bene, a coltivare autostima, sia destinato a fallire. L’obiettivo è giusto, ma il problema è alla radice.

Non si può pensare di promuovere la bellezza autentica, libera, senza prima educare al rispetto per l’essere umano. In questo senso c’è ancora tantissima strada da fare, in termini di informazione e sensibilizzazione. Lo dimostra il fenomeno del “body shaming”, amplificato dalla comunicazione sui social network: ogni occasione è buona per offendere, con accanimento. Destinatario? Sempre il corpo.

Promuovere la bellezza seguendo nuove strade

Iniziamo a parlare di bellezza da un altro punto d’osservazione. “Una bella persona” sprigiona luce per un insieme di peculiarità che superano la superficie, diciamo così. Se donne/uomini esteticamente perfetti parlassero in modo volgare, avessero poca grazia nel muoversi, fossero aggressivi con il prossimo… trasmetterebbero ancora “bellezza” solo perché alti, magri, con un sorriso smagliante? Temo di no.

L’espressione “bella presenza”, tanto esaltata in alcuni annunci di lavoro, garantisce professionalità certa? Dubito. Ognuno ha le sue priorità, ci mancherebbe, ma evitiamo, a tal proposito, le solite giustificazioni della serie “l’occhio vuole la sua parte” o “in certe professioni la fisicità è importante”.

Se anche le più celebri case di moda hanno deciso di aprire gli occhi e creare collezioni finalmente dedicate a chi non ha misure da top model, non capisco perché una hostess congressuale bassina dovrebbe avere difficoltà a lavorare con profitto se, nel suo piccolo, è ordinata, gentile e preparata.

Ciò di cui abbiamo bisogno è un cambiamento culturale, un nuovo modo di pensare, che ci permetta di definire la bellezza al di là dei limiti imposti dalle consuetudini e da ciò che ci fa comodo credere.

Ciascuno di noi può contribuire a ri-definire la bellezza

Chiunque di noi, privato, professionista o azienda, può contribuire alla diffusione di un nuovo modo di concepire la bellezza, lontano da stereotipi e pregiudizi. Basta avere il coraggio di essere l’eccezione alla regola. Un esempio brillante, sotto il profilo commerciale, è il Progetto Autostima Dove.

Parliamo di un brand che della promozione della bellezza autentica ha fatto la sua mission, ancor prima che tale argomento diventasse di tendenza (e già il fatto che l’autostima sia un trend topic, dovrebbe farci riflettere molto). Ho già menzionato Dove in passato, a proposito della campagna Choose Beautiful.

Una meritevole iniziativa che potrei segnalare oggi, invece, è la campagna sociale #DonaLeTueRughe.
Il claim è significativo: “Dona le tue rughe a chi sogna di averle”.

Il progetto, infatti, ha come obiettivo il sostegno della ricerca scientifica contro il cancro e nasce dalla collaborazione dell’azienda cosmetica L’Oréal Paris e la Fondazione Umberto Veronesi. Il messaggio è chiaro: le rughe che in tante cerchiamo di nascondere, per molte donne sono una benedizione, perché rappresentano la vita che passa (cosa assolutamente non scontata per chi lotta contro una malattia).

La campagna invita anche ad accettare le rughe per ciò che rappresentano. Sul sito, infatti, si legge:

[…] non c’è niente di più bello che vedere negli occhi e sul viso la storia di una persona. Le rughe fanno parte di noi, del nostro vissuto e del nostro essere. Sono il frutto delle tante esperienze provate ogni giorno sulla propria pelle, il risultato di situazioni ed emozioni, più o meno belle.

Esiste miglior modo di definire la bellezza? Se crediamo fortemente in determinati valori dobbiamo esserne i primi testimonial, anche se il resto del mondo continua a guardare nella direzione opposta.