Alice e le regole del bosco: storia di una rinascita

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Il libro “Alice e le regole del bosco” racconta la storia di un’adolescente come tante, con le sue domande, le sue fragilità, una passione per il disegno. L’esperienza reale di una ragazza di 17 anni dal carattere un po’ introverso, che studia con profitto, ha un’amica del cuore e una famiglia che le vuole bene.

Cosa c’entra Alice con il boschetto di Rogoredo, a Milano, ormai etichettato come “il bosco della droga”? Ecco, questa è la domanda che Simone Feder, autore del testo, ha rivolto alla protagonista:

“Alice, che c’entri tu con questo posto?”

Simone è uno psicologo, coordinatore dell’Area Giovani e Dipendenze della Comunità Casa del Giovane di Pavia. Ha conosciuto Alice proprio a Rogoredo, l’ha aiutata, ed è stata lei a lanciare la sfida:

“Scrivi tu la mia storia.”

Il suo è un percorso di rinascita: rispetto ad altri coetanei meno fortunati, infatti, Alice ha avuto il coraggio di reagire, di riprendere in mano la sua vita, poco prima di toccare il fondo.

Una lettura emozionante, dura e commovente insieme. Pagina dopo pagina, si comprende quanto sia facile perdere la strada, cadere, distruggere un futuro ancora tutto da scrivere.

Alice condivide riflessioni schiette, che invitano a osservare senza giudicare: perché sì, chiunque può sbagliare, in momenti e modalità che mai avrebbe immaginato… ritrovandosi all’improvviso dall’altra parte della barricata.

Il messaggio che lancia “Alice e le regole del bosco” è chiaro: dobbiamo smettere di girare la testa altrove, per riuscire a vedere chi, accanto a noi, ha bisogno di aiuto.

[…] Le ho lasciato il mio numero e il giorno dopo mi ha chiamato: «posso venire a parlarti?».
Lì è cominciato tutto. Alice aveva solo bisogno di essere vista, tenuta in considerazione, aveva bisogno di tempo e di spazio per aprirsi e buttar fuori tutto quello che aveva dentro.

[…] nessuno è irrecuperabile. Il disagio giovanile e i bisogni che si porta dietro dobbiamo solo imparare a leggerli. E per farlo dobbiamo essere prima uomini e poi educatori.

– cit. S. Feder (parole tratte da un suo articolo d’archivio)


“Alice e le regole del bosco”: intervista all’autore

Ho la fortuna di conoscere Simone Feder personalmente, perché collaboriamo all’interno del progetto “Prevenzione NoSlot”, una delle numerose iniziative della CdG a sostegno di giovani e famiglie. Così ho pensato di organizzare una breve intervista, per dare voce all’autore e, in particolare, al professionista che lavora ogni giorno a diretto contatto con la sofferenza, nei luoghi in cui il disagio sociale si manifesta.


1. Ciao Simone, grazie per il tuo intervento. Una delle frasi che mi ha più colpita, leggendo “Alice e le regole del bosco”, si trova a pag. 159: “Scoprire qualcosa di nuovo è bello, ma ritrovare qualcosa che si è perduto è meraviglioso.” Evidenzia perfettamente il concetto del “perdersi e ritrovarsi”.
Quanto è traumatico oggi, per un adolescente, perdere e ritrovare la propria direzione?


Oggi manca una classe adulta, cioè la presenza di adulti significativi che facciano da locomotiva, da traino: con il loro esempio, le testimonianze e, soprattutto, con un comportamento coerente.

È molto importante saper gestire il proprio ruolo di genitore, di guida, perché la mancanza di figure di riferimento, di punti fermi, genera tanta confusione in un adolescente che cerca ascolto e risposte chiare.

Un adulto frustrato, che ha paura di fallire, che aiuto può dare al figlio che ha perso la strada?
Molti genitori osservano il percorso che porta dalla tranquillità alla disperazione concentrandosi solo sulla fase conclusiva, senza chiedersi perché l’adolescente sia arrivato fin lì.

Il vero problema, quindi, non è l’uso di sostanze in sé, o sapere quale sia la sostanza specifica utilizzata: bisogna capire cosa c’è dietro, quali sono i motivi che hanno spinto i giovani a entrare nel bosco.

Il “termometro del disagio” richiede agli adulti di mettersi in gioco, di staccarsi dalle loro comode sedie per agire sul campo. Ciò vale per i genitori, ma anche per gli operatori. Io stesso ho messo in discussione il mio ruolo di educatore: ascoltare Alice è stato come avere una bussola, utile a cambiare approccio e inquadrare diversamente, in modo più efficace, il mio intervento.


2. Come avvicinarci a chi soffre? Quali parole credi siano necessarie per iniziare un dialogo costruttivo?


Ciò che deve smuovere le coscienze è ricordarci che di fronte a noi ci sono delle persone. Dobbiamo avvicinarci a chi soffre con uno sguardo pulito e sincero, tramettere attenzione, comunicare con il cuore, stringergli la mano, chiamarlo per nome. Dobbiamo rispettarlo, anche nei suoi silenzi: rispettare i tempi dell’altro è fondamentale, è così che si costruisce una relazione. Quando mi occupo della formazione dei giovani volontari che operano al bosco di Rogoredo, ripeto sempre che ciò che conta è la sincerità dell’approccio, andare in questo “non-posto” per essere d’aiuto e non per raggiungere un obiettivo.

Può passare molto tempo prima che un giovane accetti di fidarsi di te, seguirti e iniziare un percorso di recupero. L’essenziale, innanzitutto, è fargli sentire il tuo sostegno: “quando vuoi, io ci sono”.


3. A proposito di prevenzione: cosa possiamo fare noi e cosa dovrebbero fare, secondo te, le istituzioni, per evitare che altri giovani come Alice sentano il bisogno di attraversare il bosco?


Noi non possiamo più considerare il disagio come un problema di cui devono occuparsi solo gli enti preposti. Deve agire tutta la comunità, il territorio.

Le dipendenze, le sofferenze, sono cose che riguardano tutti.
Dobbiamo abbattere l’indifferenza, perché l’attenzione genera attenzione.

Il passaparola, il mettere in evidenza certe situazioni, crea appeal mediatico che, a sua volta, spinge anche le istituzioni a intervenire, perché si arriva a un punto in cui non si può più fare finta di non vedere.

È una questione di etica sociale: imparare a guardare le cose in modo diverso per il bene comune.


Ringrazio ancora Simone per il tempo che mi ha dedicato. Ho finito di leggere “Alice e le regole del bosco” (Mondadori) poco tempo fa: è una storia che aiuta a superare i pregiudizi, a guardare gli altri (e noi stessi) con più umiltà e umanità. Se desideri un futuro migliore, questi sentimenti non sono un optional.