parliamo-di-responsabilità


Comunicare è una responsabilità, qualunque sia il contesto.
Esiste un forte legame tra le nostre intenzioni, le parole che utilizziamo, i fatti che ne conseguono.

Se c’è coerenza, il processo comunicativo è armonico: il messaggio del mittente arriva forte e chiaro al destinatario, senza fraintendimenti, e ciascuno agisce nel modo più opportuno o secondo una serie di aspettative già calcolate. Al contrario, in presenza di incongruenze, ogni certezza è messa in discussione.

Per creare malintesi è sufficiente un’intenzione poco chiara, la scelta di parole inadatte, un gesto contraddittorio rispetto al proprio pensiero, a quanto manifestato a voce, o tramite scrittura.

Nessuno è immune da errori, intendiamoci, ma dobbiamo analizzare a fondo l’origine dell’incoerenza.
Un momento di confusione, una generale incapacità comunicativa, mera ingenuità o debolezza, sono motivazioni temporanee risolvibili. Quante volte, durante una discussione, si finisce per dire ciò che non si pensa o si decide di andar via sbattendo la porta? Un periodo stressante può renderci fragili, poco lucidi. La bontà delle intenzioni, però, è intuibile, specie se chi sbaglia cerca di chiedere scusa il prima possibile.

Ben diversa è l’incoerenza che deriva dalla volontà di confondere/ferire/ingannare l’interlocutore.
Intenti, parole e azioni sono spesso coordinati ad arte, con subdoli obiettivi.

Il valore delle parole

Chi è capace di utilizzare le parole, perché ne distingue il contenuto manifesto e il significato latente, chi conosce le varie tecniche comunicative, ed è abile a modulare il tono di voce o controllare le espressioni del viso, sa di avere un grande potere. Il problema è che, come accade spesso, il potere dà alla testa…

Così, invece di maneggiare con cura e responsabilità questo dono, con l’obiettivo di promuovere una comunicazione costruttiva, si preferisce sfruttare la propria esperienza per manipolare gli altri, creare relazioni basate sull’opportunismo o, semplicemente, per offendere senza motivo.

Dovremmo renderci conto che ogni parola, ogni azione, ha sempre delle conseguenze. Ciò che diciamo con l’intenzione di ferire, ferisce. Punto. Recuperare con un “stavo scherzando”, oppure “non hai capito”, o ancora “mi sarò spiegato/a male” è un atteggiamento ipocrita. Così come è irresponsabile insegnare ai propri figli che “tutto è possibile”, che “non esistono limiti”, che “si ha il diritto di dire ciò che si vuole”… (!)

L’importanza dei fatti

Il miglior esempio è dare il buon esempio, per impedire che la società si auto-distrugga. È nostro dovere contrapporre il benessere collettivo alla ricerca dell’interesse personale; il rispetto delle regole alla sprezzante noncuranza; l’utilizzo di un linguaggio educato alla diffusa aggressività (online e offline).

Conoscere i meccanismi della comunicazione mi dà l’opportunità di analizzare quanto di reale ci sia davvero dietro le cosiddette “belle parole”. In pubblicità è naturale presentare un prodotto nel miglior modo possibile, con l’obiettivo di spingere all’acquisto. Nella vita di tutti i giorni, però, millantare meriti, ricchezze, esperienze, è sempre una pessima scelta, specie se l’interlocutore… è la sottoscritta. 🙂

Scherzi a parte, tempo fa ho elaborato questo post-it: Lavorare con le parole ti aiuta ad apprezzare i fatti. Volevo ricordarmi quanto sia importante verificare, cercare un riscontro a ciò che viene detto o scritto.

Le parole insegnano, gli esempi trascinano. Solo i fatti danno credibilità alle parole.

– S. Agostino

È impossibile sorvolare sull’evidenza: ci sono ambiti in cui la fiducia è il tallone d’Achille che offusca la visuale. Pensiamo alla politica o alle relazioni personali.

Il povero cittadino speranzoso/chi ci vuole bene avrà serie difficoltà a mettere in dubbio un discorso ben confezionato. Ci sono di mezzo i sentimenti: benevolenza, entusiasmo, simpatia, stima, una buona dose di sana incoscienza. Qui sta la nota dolente: è il mittente a dover dimostrare responsabilità, a mantenere la parola data. Chi è ancora in grado di riuscirci? Chi è ancora capace di non tradire la fiducia accordata?

Basta un poco di… senso di responsabilità

Ho letto un intervento molto bello sul tema, all’interno del blog Doppiozero (progetto editoriale non profit che ho segnalato anche nella sezione “Risorse utili” del mio sito web).

L’autrice si chiama Elena Pulcini e il titolo del testo è proprio Responsabilità.
Qui, di seguito, alcuni passaggi chiave:

Responsabilità è un termine il cui significato è racchiuso nella sua stessa etimologia: viene infatti dal latino respondere, cioè rispondere di qualcosa, rendere conto delle proprie azioni e farsi carico delle loro conseguenze. […] Ma non basta rendersi conto che le nostre azioni avranno conseguenze sulla nostra vita, bisogna anche sapere che incideranno inevitabilmente sulla vita degli altri.
[…] Questo vale in modo particolare per la politica, perché la politica è la sfera per eccellenza della decisione: dare il nostro voto a qualcuno significa fidarsi di lui e ritenerlo degno di rappresentarci, di rispettare le promesse fatte e di operare responsabilmente per il bene comune.

– E. Pulcini ⇒ leggi l’articolo completo

Ritengo sia essenziale riscoprire la bellezza di essere persone responsabili. Soprattutto se si ha l’onore di svolgere un lavoro determinante per la salute e il futuro altrui: pensiamo alle professioni sanitarie, agli insegnanti, a chi gestisce i servizi mensa, a chi si occupa dei nostri risparmi, a chi coordina la manutenzione di strade… e ponti (ci siamo capiti, vero?). Sarebbe responsabile, in particolare:

  • evitare di fare le cose tanto per farle, ma agire sempre con la prudenza e l’impegno necessari;
  • rispettare gli altri e prendersene cura, con le parole e con i fatti;
  • avere (sul serio) buone intenzioni e mantenere le promesse.

Una Mary Poppins dei giorni nostri potrebbe modificare “Con un poco di zucchero…” e cantare:

Con un po’ di senso di responsabilità la pillola va giù… e tutto funzionerà di più!

In base alla trama del film, Mary invita Jane e Michael a tenere in ordine la loro stanza.
Noi saremmo chiamati a vivere con buonsenso. Un’utopia? Direi di no.