Restituire tempo alle parole

“Restituire tempo alle parole” è il primo articolo dell’edizione 2026 del mio blog/laboratorio #CreativaSolidale.
Abbiamo bisogno di ritrovare spazi di pensiero, liberi dal sovraccarico cognitivo della società contemporanea.
I ritmi frenetici delle nostre giornate rendono ormai difficile distinguere le informazioni rilevanti e, soprattutto, sottraggono attenzione: punto di partenza necessario per scegliere con cura le parole.
Il mio blog ritorna, dopo 5 anni, con questa consapevolezza.
Rallentare la comunicazione
Preferisco scrivere articoli, piuttosto che post sui social network: la comunicazione social richiede interazioni rapide, propone contenuti frammentati, spesso seguiti da richieste incalzanti, tipo: “commenta!”, “condividi!”, “iscriviti!”. Troppe informazioni, poco tempo per ragionare.
Come persona, e come professionista, cerco riflessione e profondità: la comunicazione “mordi e fuggi” è lontana dai miei tempi lenti, dal bisogno di restare focalizzata, per capire e valutare prima di esprimere un’opinione.
Viviamo in affanno, abbiamo perso il gusto dell’ascolto e del confronto. È diventato impossibile iniziare una conversazione quieta, avere un dialogo armonico; ogni discussione è messa a dura prova da frasi fatte, parole al vento, interruzioni di varia natura (mancanza di interesse o di riguardo, superficialità, smania di protagonismo).
Anche i media offrono, nella maggior parte dei casi, solo talk show pieni di discorsi inutili, inconsistenti, in cui
alzare i toni e parlare tutti contemporaneamente è diventata quasi una regola per ottenere audience, a discapito dell’equilibrio e della misura. Dibattiti di questo tipo, aggressivi e caotici, hanno reso abituale la comunicazione urlata in ogni ambito della quotidianità. Garbo e rispetto sono da un po’ i grandi assenti, ovunque.
Capire e farsi capire
Individuare le parole adatte è una responsabilità, un dovere etico.
Ciò che decidiamo di raccontare, e il modo in cui stabiliamo di farlo, crea il contesto della narrazione, lo scenario.
La nostra storia sarà diversa ogni volta che cambieremo vocaboli, toni, strumenti, priorità comunicative.
Una narrazione accurata è lenta, perché richiede conoscenza profonda, senza giungere a rapide conclusioni.
– Vogliamo scrivere per informare o sensibilizzare?
– L’obiettivo è raccogliere fondi o promuovere la partecipazione?
– Dobbiamo presentare il nostro lavoro, creare un report sulle attività svolte?
– L’incarico è quello di comunicare una brutta notizia, un cambiamento improvviso, istruzioni da seguire?
L’impegno è unico: capire e farsi capire.
Si parte dallo studio del tema da affrontare, specie se delicato e complesso.
– Cosa conosciamo dell’argomento?
– Quali sono le nostre percezioni?
– Gli altri come lo vedono, cosa conoscono?
– Quali termini e formati possono facilitare la comprensione?
– Come possiamo aiutare il pubblico a trovare interessante un tema, a volerne sapere di più?
La ricerca scientifica è uno dei settori in cui, senza alcun dubbio, è indispensabile restituire tempo alle parole.
Siamo ciò che raccontiamo
Il giornalismo, in primis, dovrebbe curare il linguaggio, perché ogni giorno ha il compito di raccontare il mondo e rendere accessibile la complessità. Sei ciò che racconti nel momento in cui scegli le parole da usare.
È qui, infatti, che la capacità narrativa esplica il suo potenziale: quando si è in grado di selezionare le cosiddette “parole giuste”, quelle che avranno il giusto spazio e il giusto peso nella storia che saranno chiamate a riportare.
Per saper dire bisogna non solo possedere, ma anche saper governare le parole. […] Saper dire significa scegliere, tra tutte le parole che possediamo, quelle esatte, e solo quelle, e metterle in fila in modo accorto, fino a costruire una struttura robusta, coerente e potente. Così le idee prendono forma, consistenza, peso. Le visioni possono essere condivise. Le parole diventano lame che squarciano veli, fari che illuminano notti nere.
– cit. Annamaria Testa, in Nuovo e Utile, “Possedere e governare le parole – Metodo 97”.
Sono pugni nello stomaco. O sono carezze e medicine.
Una parola inadeguata, a volte usata inconsapevolmente, rende la narrazione distorta, spostando l’attenzione su dettagli banali, invece di soffermarsi al cuore del problema. Approfondirò meglio nel prossimo articolo.
