Artigianato comunicativo


“Artigianato comunicativo” è l’articolo n. 02/2026 del mio blog/laboratorio CreativaSolidale.


Come già scritto, è essenziale restituire tempo alle parole, cioè ritrovare spazi di pensiero in cui scegliere con cura cosa dire o scrivere. In base al contesto, al tema di riferimento, infatti, ogni parola assume un peso diverso, soprattutto quando parliamo di informazione. E il modo in cui si racconta fa la differenza.

Viviamo nella complessità: le fonti sono numerose, selezionare quelle più attendibili richiede attenzione e l’attenzione, appunto, ha bisogno di tempo. La fruizione veloce delle notizie, la mancanza di approfondimento, influenzano molto la capacità di comprendere bene i fatti e condizionano lo sviluppo di un’attenta analisi critica.

[…] Prima ancora di sentirci responsabili di prendere le decisioni giuste, dunque, dovremmo sentirci responsabili di dotarci delle informazioni giuste: il più possibile fondate, certe, verificabili, affidabili. In altre parole, dovremmo scegliere da che cosa lasciarci influenzare.
[…] Una fonte d’informazioni non va scelta perché è più divertente o più simpatica. Va scelta perché, essendo competente e affidabile, ci aiuta a saperne di più, e quindi (si tratti di salute o di vacanze, di scegliere un bel libro da leggere o un partito da votare, e così via) ci aiuta a decidere meglio.

– cit. Annamaria Testa, in Nuovo e Utile, “Informazione e disinformazione: come incidono sulle nostre vite”.

Etica della comunicazione: il ruolo dei media


I principali canali d’informazione, digitali e tradizionali, hanno il compito di raccontare il quotidiano, la realtà che ci circonda. Devono rendere chiaro ciò che è complicato e sono responsabili delle modalità narrative.

Qui il punto: nella maggioranza dei casi, ormai, interessa solo spettacolarizzare gli eventi, con la scelta di sovrastrutture lessicali che appesantiscono il linguaggio e un tono di voce che drammatizza oltre il necessario.

Parallelamente al racconto urlato, presente in vari talk show, trovo piuttosto discutibile la ripetizione assillante di aggettivi inutili e dettagli crudeli in molti servizi giornalistici. Si tende a voler costruire un quadro angosciante che sposta lo sguardo dalle ragioni che possono scatenare un evento (e dalle probabili conseguenze) alle minuzie dello scenario momentaneo (trascurabili ai fini della comprensione). Ciò accade, in particolare, nella cronaca nera.

Credo che alle famiglie colpite da eventi tragici non interessi sentire o leggere di continuo la descrizione meticolosa di un crimine, che spinge soltanto a rivivere un momento doloroso.

Così come è poco d’aiuto affrontare certi temi in ogni momento della giornata, anche in trasmissioni o rubriche che dovrebbero/potrebbero occuparsi d’altro. L’informazione seria, puntuale e onesta esige contesti adeguati.

Uno dei compiti di una comunicazione etica, ne sono convinta, è quello di educare alla bellezza. In che modo?
Con la diffusione di buone pratiche, buoni esempi, storie che alimentino una curiosità nutriente e costruttiva, piuttosto che divisiva e morbosa. “Intrattenere” non dev’essere sempre sinonimo di “gossip”, per esempio.

In generale, sarebbe auspicabile una programmazione meno violenta e litigiosa, che alleggerisca parole e animi.
Contenitori informativi autorevoli, trasparenti e responsabili; un intrattenimento garbato, elegante, educativo.


Artigianato comunicativo: voce alle storie ignorate


Per il titolo di questo articolo ho preso ispirazione da un vecchio discorso di Papa Francesco, del 2022, consegnato ai dipendenti e ai partecipanti all’assemblea plenaria del Dicastero per la Comunicazione.

Il Papa, in quell’occasione, aveva definito il comunicare come un “artigianato dei legami”, il cui compito è “favorire la vicinanza, dare voce a chi è escluso, attirare l’attenzione su ciò che normalmente scartiamo e ignoriamo”. Ho trovato ricche di significato queste parole, perché invitano a considerare comunicatori e comunicatrici come “artigiani”, che hanno il dovere di ascoltare ogni storia e trovare le parole adatte a illuminare chi non è visto, chi non è considerato, chi vive nelle “periferie esistenziali” (cit. Papa Francesco).

Troppe storie restano invisibili, sminuite nella loro importanza; giusto quelle che sarebbe fondamentale conoscere per avere punti di vista diversi. Le chiamo “narrazioni alternative”: storie che non interessano a nessuno, perché non seguono la narrazione dominante, le tematiche di moda, le aspettative comuni.

Eppure, proprio per questo motivo, hanno diritto di essere raccontate.
Dare voce a chi merita attenzione è ciò che cerco di fare, nel miglior modo possibile, con il mio lavoro.